Scene Tagliate

Scene Tagliate

ATTENZIONE: la lettura delle scene tagliate è consigliata solo a chi ha già letto il romanzo.

Il libro può essere acquistato solo sugli store online, in versione cartacea ed ebook: Libro CartaceoEbook Kindle – Ebook EpubEbook Apple

Così come accade per i film, anche per un romanzo, durante la fase di revisione, per esigenze narrative, alcune scene possono essere tagliate. Scene importanti, o che magari piacciono allo scrittore (altrimenti non le avrebbe scritte), ma che nell’economia di un libro, a volte devono essere sacrificate. Così, vista l’opportunità del sito dedicato al romanzo, mi piace condividere con voi quelle scene — ancora un po’ grezze — che non sono sopravvissute alla revisione finale del romanzo.

Eccone alcune.

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I poteri deduttivi di Marion sul povero commissario (Capitolo 34 – Lui, lei e il morto)

«Più che condurre un’indagine tu mi sembri il tipo disposto a seguire il fondoschiena di una donna.»
«Dipende dal fondoschiena. Ma sono curioso, da cosa ricavi illazioni così campate in aria, hai fatto qualche corso a riguardo?»
Marion trattenne il fiato. «Preferisco» rispose con un attimo di esitazione, «riprendere i rilievi sul cadavere.»
«No, cara, vorrei una risposta.»
«Forse non è il caso…»
«Ma io insisto.»
«Meglio non insistere.»
«Insisto con forza.»
«Peggio per te se insisti.»
«Non vedo l’ora.»
La detective portò l’indice al labbro e con una lenta carrellata della testa lo squadrò dalle scarpe ai capelli. «Ieri pomeriggio hai conosciuto una turista, direi… francese.»
Pietrasanta guardò Vice e Sindaco. Fottuti delatori.
Marion eccitata continuò: «Non c’entrano gli altri. Hai ancora i capelli impregnati del profumo della… fidanzatina. Una fragranza tipica di una bottega artigianale nei pressi di Montmartre. Eppure, in background, percepisco un altro odore di donna. Non riesco a identificarlo, ma appartiene di certo a una conquista precedente. Diciamo… mollata in mattinata. Pertanto se nella stessa giornata una seconda donna sostituisce la prima, io deduco che tu sia un banale latin lover. Le due donne corrispondono al vero commissario?»
«Ieri mattina Ingrid, dopo una notte di corpi arrotolati si è ricordata d’avere un marito sull’isola ed è tornata al suo posto. Per fortuna a consolare il mio cuore spezzato è arrivata la bella Joséphine. Tutto qui detective? Adoro le donne, non mi pare che sia un peccato.»
L’ironia del commissario fece brillare un sorriso sulle labbra di Marion. «Per nulla, caro. La tua figura è un libro che parla ancor più chiaro.»
«E cosa c’è scritto?»
«Ieri sera, con la nuova fiamma, sei andato a cena: un ristorante e non una pizzeria. Hai mangiato spaghetti al pomodoro.»
«Esatto, casarecce alla norma, la mia pasta preferita. E questo da cosa…»
«Stamattina nella fretta dell’omicidio è evidente che hai indossato la giubba di ieri. Hai una macchia di sugo sul colletto.»
Pietrasanta tirò la punta della giubba cercando di inquadrare la macchia galeotta. Si domandò se quella detective fosse un’indovina, una strega o una discendente diretta di Sherlock Holmes.
«Non è finita. Dopo cena hai portato la gallinella in spiaggia, a passeggiare romanticamente fra le onde e le stelle. Lo si deduce facilmente dai forellini delle scarpe ripieni di sabbia.»
Pietrasanta si guardò i piedi. Tornò sugli occhi di Marion ammirato. Si sentiva come un cavaliere che perduta la spada e lo scudo si ritrova alla mercé del nemico.
«E poi… per finire, dopo aver realizzato il congiungimento carnale per tutta la notte, la gallinella si è pure innamorata di te.»
«E questo da cosa…»
«Elementare commissario. Osservando l’apertura della tua camicia, non sei il solo a sbirciare sotto la mia camicetta, fra spalla e collo si intravede un fresco e volitivo succhiotto.» Marion inclinò di lato la testa, emettendo un innocente e soddisfatto sorriso da prima della classe.
Pietrasanta d’istinto portò la mano al succhiotto ancora dolorante. Oh, splendida Joséphine.
«Sei una parente diretta di Sherlock Holmes o cosa?»
«Corso di scienza della deduzione.»
«E tu immagino non hai avuto l’influenza quel giorno.»
«Io li faccio tutti. Per essere bravi occorre perfezionarsi, non basta guardare i tramonti dagli scogli di un’isola.»

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Agatino lo sfigato. (Capitolo 26 – Fra grilli o Cicale)

Agatino, un Ventazzese che per prestigio aveva per soprannome [S.C. 1] “lo sfigato” — in quanto con tutta quell’abbondanza di femmine alla ricerca di sesso non era mai riuscito a portarsi a letto una turista — si era invaghito di una truculenta austriaca.

All’ennesimo rifiuto della donna, escogitò il più meschino dei piani. La rapì e si asserragliò dentro la Caserma Spagnola. Pietrasanta lo intimò di liberarla. Agatino sensato come il più testardo dei muli aveva minacciato l’omicidio suicidio. Così Pietrasanta, anziché fare il calmo negoziatore dei polizieschi in tv, più inferocito del feroce Saladino fece irruzione dal tetto e si ruppe un malleolo. Zoppicando stese Agatino e liberò la bella austriaca. Ma a quel punto accadde il paradosso. L’austriaca, da femmina inspiegabile, colta da fulminea Sindrome di Stoccolma, si era innamorata del suo aguzzino. Agatino lo sfigato era l’amore che desiderava.

Pietrasanta della faccenda dell’amore se ne infischiava. Agatino non se la sarebbe cavata nemmeno se a chiedere l’intercessione fosse spuntata Santa Sesterza in persona. E la Santa bussò. Non per sua mano, ma per voce di Ventazzesi e turisti che invocavano il trionfo dell’amore. «Clemenza dell’amore un cazzo» rispondeva Pietrasanta. Si era rotto un piede e Agatino aveva fatto il super minchione. Solo quando anche il Vice si schierò per la coppia innamorata, il commissario cacciò Agatino dalla prigione. Il risultato? Il paese portò in trionfo la coppia d’innamorati; i due emigrarono in uno chalet da fiaba sulle Alpi; e al commissario toccò un mese di claudicanti stampelle.

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La morte del figlio del Vice. (Capitolo 34 – Lui, lei e il morto)

L’aveva mandato a studiare Roma. Da buon padre sperava che i limiti del figlio non fossero circoscritti dal cerchio dell’orizzonte di Ventazze. Era contento del suo ragazzo. Le lettere che di rado riceveva erano gli eventi della gioia che fanno sorridere per un giorno interno. Il figlio s’era fatto uomo, avvocato, bravo picciotto, prossimo allo sposalizio. Venne a trovarlo sull’isola con la promessa sposa. Nel mostrare alla fidanzata le radici della sua infanzia consumata fra i sentieri di Ventazze, il ragazzo le propose una battuta di pesca notturna. Il suo grande e vecchio zio:  u ‘zu Cola, nonostante i 70 anni scoccati, pescava ancora. Un monumento d’uomo, un Achab che nel mare inseguiva una sua inafferrabile Moby Dick. Il Vice salutò il figlio e la futura nuora per quella battuta di pesca col nodo al petto della perniciosa apprensione paterna. Il peschereccio non fece più ritorno. L’imbarcazione data per dispersa probabilmente era affondata da qualche parte nel vasto mare. Da quel mancato ritorno il Vice tutte le mattine alle 5 spaccate, per anni s’era recato al molo ad aspettare un il ritorno del suo figliolo…

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Pietrasanta racconta a Marion: aveva rischiato di morire a 10 anni. Riferimenti anche al padre, alla madre e alla sorella (Capitolo 19 – Guardare il mare)

«Sai che quando avevo dieci anni stavo per morire?»
«…Oh il grande Pietrasanta da piccolo l’ha rischiata?»
«Anzi, dovrei essere già morto. Non ti pare un po’ strano? »
«Non dirmi che parlo con un fantasma!»
«Era una gita al mare in un giorno d’estate. Siamo andati in spiaggia tutta la famiglia. Mio padre sul tettuccio dell’auto era solito portare una piccola barca a remi di legno. Lui non la usava mai, apparteneva al nonno e alle sue mitiche battute di pesca. La portavamo per me e mia sorella. Io facevo il marinaio che sgobbava, lei la reginetta che mi comandava: “rema fino a lì, “adesso portami là”. Però quel giorno lei…» Pietrasanta si bloccò colto da un singulto. Scosse la testa. Marion si avvicinò e gli cinse il braccio.
«Dico… mia sorella decise di arrostirsi al sole assieme a mia madre. Mio padre cominciò a dilettarsi a costruire il suo solito castello di sabbia. Era un muratore, ma aveva sempre sognato di fare l’ingegnere. Quella volta mi disse: “Oggi costruisco un castello con torrioni possenti e almeno tre terrazzamenti.” Io ero annoiato così presi la barca. Il mare quel giorno era un marmo levigato. Cominciai a remare con vigore. A trenta metri dalla costa ebbi la brillante idea di tuffarmi. Più giù che potevo. L’acqua era profonda ma con sforzo riuscii a toccare il fondo, afferrare una conchiglia e riemergere di slancio col braccio come a mostrare al cielo il mio trofeo. Ma fuori trovai l’impensabile…» Pietrasanta si voltò a guardare Marion. Sorrise e sgranò gli occhi.
«Oh my God.. c’era uno squalo ad attenderti?»
«Peggio. Molto peggio. La barca non c’era più. Era parecchi metri più in là. S’era spostata verso il largo. Nuotai per raggiungerla. Qualche bracciata come di solito occorre. Ma pazzesco, non riuscivo ad avvicinarmi. Sembrava che planasse sulle onde. Eolo se la portava via. Ripresi a nuotare più forte. Riuscii ad avvicinarmi, a sfiorare il bordo superiore con le dita, ma appena provavo ad afferrarla per riemergere sfuggiva via. Ci provai una, due, più volte. Poi esausto mi fermai. Mi voltai indietro. Sbiancai. La costa era lontanissima, la barca irraggiungibile. Il vento proveniva dalla terra. Sotto una corrente marina aveva spinto me e la barca verso il largo. Fottuto, mi dissi.»
«Oh caspita, è confermato, sto parlando con uno spettro. Continua mio fantasma…» Marion si strinse più forte e lui riprese spiritato.
«Compresi che dovevo abbandonare la barca e nuotare subito verso la costa. A ogni bracciata mi sembrava d’essere fermo, la corrente aveva una forza uguale e contraria al mio incedere. Aumentai l’intensità col fiato grosso. Ma diamine era dura. L’acqua alla bocca, i piedi a volteggiare liberi senza appiglio. Temevo e sapevo che da un momento all’altro un crampo poteva farmi mollare di schianto. Ma dentro me in quell’istante compresi quel che mi dico sempre nelle situazioni impossibili.»
«Temo le tue situazioni impossibili…»
«Solo con me stesso mi dissi: combatti fino alla fine, più della vita non puoi rimetterci.»
«Più della vita non posso rimetterci? Sbruffone sin da piccolo.»
«Nuotai come in una sfida. Dopo un’ora esausto, poggiai i piedi sulla battigia. Sembravo uno zombie, le gambe rigide, le braccia inesistenti. Mia madre e mia sorella erano ancora ad arrostirsi al sole; mio padre era al secondo livello del castello e io mi schiantai sotto l’ombrellone a dormire. Ore dopo sentii qualcuno scrollarmi per la spalla.
“Riccardo, Riccardo!” Era mio padre agitato. “Alzati è successa una cosa terribile.”
Con le palpebre rincoglionite lo guardai: “Cosa papà?”
“Qualcuno ci ha rubato la barca.”
Mi sollevai dalla sabbia ancora intontito e guardai l’orizzonte. Mio padre mise la mano a visiera sulla fronte e guardò pure lui.
E poi sbottai: “ma ti rendi conto, questi fottuti ladri di barche!”

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