L'Inevitabile Crudo Destino - Romanzo

L'Inevitabile Crudo Destino - Romanzo

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Prologo

Il turista inglese varcando la soglia dell’hotel scrollò le spalle con un certo fastidio, come se si volesse far scivolare di dosso la polvere inutile dei pensieri.

Era stanco, e all’epilogo di quella giornata aveva solo voglia di vomitare l’infernale bile che gli corrodeva lo stomaco. Percorse i corridoi dondolando come un ubriaco.

Giunto alla porta della sua camera estrasse la chiave dorata con il pendaglio dell’hotel: una piccola isoletta oblunga con l’escrescenza di un vulcano. La fissò rivivendo le attese e le speranze consumate in quei giorni.

Essere felice per il successo o triste per la perdita? Si domandò, cercando di placare l’angoscia.

Scosse la testa per rinnegare i cani rabbiosi che gli si azzannavano dentro e aprì.

La stanza era buia e solo una fenditura di luce da sotto la porta del bagno rischiarava le tenebre. Richiuse la porta alle sue spalle e con la mano cieca tastò la parete alla ricerca dell’interruttore.

Dritto davanti a sé, nell’oscurità, per un attimo, intravide il tremolio di un’ombra.

Restò immobile e sentì la pelle intirizzirsi.

Non è possibile! Si disse.

Sbatté gli occhi incredulo. Le pupille si dilatarono e il viso si accese di terrore.

O lo avevano scoperto o quella era soltanto la stupida suggestione della stanchezza.

Fissò il nero della stanza e attese per alcuni secondi trattenendo il fiato. Poi come se il suo timore fosse la cosa più sciocca della terra, dischiuse le labbra in un ghigno.

Ma prima che potesse premere il dito sull’interruttore, l’Ombra riapparve.

Il turista sentì due mani rapide agguantarlo fra spalla e collo, e come sospinto dalla potenza di un mostro, cadde rotolando ripetutamente sulla moquette. Intontito puntò le mani per rialzarsi. Ma l’Ombra si fece avanti, emise un ruggito inumano e con un devastante colpo alla schiena lo abbatté con il viso per terra. Poi con una forza incontenibile, come se il turista fosse un sacco le cui estremità erano testa braccia e gambe, lo sollevò per aria e lo ricacciò al suolo facendolo schiantare di peso sul fianco. Il turista per inerzia si rigirò in un gemito soffocato. Aveva male all’anca, il braccio contuso, la testa vibrava d’accecante dolore.

Cosa succede?

D’istinto, ansimando, provò a voltarsi per difendersi. Distese le mani tremanti a protezione del viso.

Dov’è? Cos’è?

Avanti a sé il buio era di nuovo statico.

Il cuore batteva forte, un tamburo pulsante alla gola.

Mirò la porta come una lepre braccata nella tana.

Attese un attimo fissando il vuoto.

Il silenzio si spezzò alle sue spalle. Con le sembianze di uno spettro infernale, l’Ombra lo tirò per il colletto della camicia e lo mise seduto come un pupazzo di pezza. Stavolta il turista provò a difendersi con fendenti alla cieca.

L’Ombra con un movimento netto delle mani gli serrò le braccia stringendole in una morsa implacabile. Era prigioniero di quel mostro.

«Dov’è?» sussurrò cavernosa l’Ombra. «Dimmi dove si trova!»

Il turista atterrito, immobilizzato, aveva gli occhi spalancati alle tetre macchie nere dei quadri sulle pareti. La testa era una nebulosa, non capiva. Tremava a sussulti. Un’espressione stravolta gli corrugava il viso. Balbettò suoni ravvolti nel panico: «Co-cosa su-succede… chi… chi sei, cosa vuoi?»

«Voglio sapere dov’è!»

«Mi fai male… Ti prego… No-non so di cosa parli. Io…»

Le spalle del turista si contrassero, ma prima che urlasse un disperato aiuto, l’Ombra gli passò un filo freddo e sottile attorno al collo.

Cominciò a stringere.

Il filo affondava nella gola come una lama nel burro. Il turista, liberate le braccia, portò le mani al pomo d’Adamo per strappare quel freddo invasore. Come un disperato strisciava e grattava le unghie sulla pelle. Non riusciva ad afferrarlo.

E il filo inesorabile sprofondò senza difese dentro la carne.

Come se la bocca fosse sparita sentiva l’aria rarefarsi. La laringe si stava sigillando. Gli serviva ossigeno.

Subito.

«Vale la pena morire? Mi basta stringere più forte. È l’ultima volta, dimmi dov’è!»

L’inglese con un filo di voce sibilò: «Non so cosa.»

L’Ombra contrasse i muscoli, i bicipiti si gonfiarono e con mani tese avviò la stretta finale. Il turista, soggiogato dall’istinto di sopravvivenza cominciò a dimenarsi.

Le gambe strisciavano alla rinfusa sulla moquette, le braccia per aria, le dita tese a solcare e stringere il vuoto. Ma la morsa era serrata, atroce, non riusciva a fermarla.

Gli occhi strabuzzavano dalle orbite, i polmoni bruciavano come una caldaia prossima all’esplosione. Dalle corde vocali strette e ormai mute avrebbe voluto urlare: Perché! Possibile stia per morire?

Nel poco che rimaneva, con la lucidità sempre più assopita e lontana dal corpo che ancora si ribellava in tumulti man mano più lievi, pensò a quand’era bambino, quando con i suoi amici giocava a chi resiste più a lungo sott’acqua.

Vincevo sempre io.

Trattieni il fiato.

Trattieni il corpo.

Fingi d’essere già morto e ti lascerà.

Allora l’Inglese provò a rilassarsi, a non aver bisogno di fiato, a fermare i tremiti delle braccia e delle gambe. A non provare più nulla. Gli parve di riuscirci. A poco a poco sembrava non sentire più le mani e i piedi, e le braccia, e le dita e i capelli che fino a poco prima erano stati carezzati dal vento. Ecco, ci stava riuscendo, lo stava ingannando. Così pensava mentre le fauci della notte lo inghiottivano. Emise un rantolo che pareva un sorriso. L’Ombra non avrebbe prevalso, avrebbe vinto lui, come ogni volta. Come sempre.

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