Curiosità sul romanzo l’Inevitabile crudo destino

Curiosità sul romanzo l’Inevitabile crudo destino

ATTENZIONE:

la lettura delle curiosità sul romanzo, è consigliata a chi ha già letto il libro. Così, a fine lettura, potranno essere scoperte alcune delle chicche che hanno contraddistinto l’Inevitabile Crudo Destino.

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Aneddoti dell’Inevitabile Crudo Destino

Un libro è uno scrigno ricolmo di tesori. Gemme, monete d’oro, diademi e altre meraviglie splendenti. Ci credete sul serio? Questo è quello che si vuol far credere. In realtà scrivere un romanzo è un enorme impegno di tempo, istinto, voglia matta di raccontare, perseveranza nel rileggere e correggere, e pazienza, tanta pazienza.

E poi un libro è fatto di scelte. Ghiribizzi dell’autore, ossessioni, voglie nascoste. E allora, visto che adoro poter aprire il romanzo ai lettori, vi confesso qualche aneddoto.

Il Big Bang dell’idea

L’embrione di questo romanzo è nato un pomeriggio in cui ero particolarmente triste. La tristezza si sa, quando arriva è difficile lavarla via. Ma quel pomeriggio, in un impulso che non riesco a spiegare, senza rendermi conto di quel che stavo plasmando, scrissi di getto i primi quattro capitoli del romanzo. Così è nata l’isola di Ventazze, Pietrasanta, Marion, buona parte dei personaggi e il divertimento del libro, da un pomeriggio di tristezza.

Il mio malessere interiore, per vie inconsce, ha trovato sfogo nel creare dal nulla un intero mondo narrativo. E nell’impulso primordiale del romanzo, parecchie cose non sono sopravvissute. Non erano valide. Ma tantissime altre sono rimaste immutate o quasi, durante l’intera stesura del libro, due anni. Ad esempio, alcuni nomi dei protagonisti sono nati in quel momento. Per esperienza so che quando si scrive, è meglio assegnare subito i nomi, di fretta, mentre si battono caldi i tasti sotto le dita: scrivere il primo nome che viene in mente. Perché ragionare sui nomi a posteriori, è sempre più complicato. Artificioso direi.

Il nome del commissario Riccardo Pietrasanta

A volte, comprendere il perché si è dato un determinato nome, rispetto a un altro, non è facile neanche per lo scrittore. Ad esempio perché in quel frangente, mentre sotto le mie dita nasceva questa storia, ho assegnato al commissario, il cognome Pietrasanta? Riflettendoci successivamente, credo che inconsciamente abbiano influito due fattori. Il primo, l’isola. Mentre la scrivevo, la immaginavo brulla e rocciosa. E quel commissario che sentivo così connaturato all’ambiente, mi sembrava dovesse appartenere intimamente all’isola. Quindi doveva essere solido e robusto come una pietra. Ma una pietra speciale, pura, quindi santa.

Ma se questa è la suggestione principale che identifico, credo, che nella scelta del nome, in una frazione di secondo nella mia mente, possa aver inciso anche la cittadina di Pietrasanta. Qualche giorno prima, avevo visto su internet un filmato del festival letterario di Pietrasanta. Quanto, la visione di quell’evento, possa aver influito nel mio inconscio, non so stimarlo. Forse dovrei domandarlo a Freud?

La giubba del commissario

Sin da quando ero ragazzino, il personaggio che mi faceva sognare intrepide avventure è lui, l’archeologo per eccellenza, Indiana Jones.

Così, quando ho delineato la figura del commissario Pietrasanta, mi figuravo un Indiana Jones nostrano. E  la giubba color cachi del commissario è proprio un omaggio a Indy.

Il nome della Detective Marion Douglas

Il mio amore per Indiana Jones, si riflette anche per la detective. Immaginatevi voi di scrivere una storia di getto, dove in un’isoletta sperduta, accade un delitto e un commissario siciliano si ritrova per partner una detective addirittura di Scotland Yard…

Ecco, nella frazione di secondo in cui mi sono chiesto: “come si può chiamare questa detective?” mi è venuto subito in mente: Marion Ravenwood. Ecco, giuro, nel libro non ci sono più omaggi a Indiana Jones.

E Ventazze, perché si chiama Ventazze?

Perché semplicemente mentre abbozzavo l’isola, sentivo soffiarmi sulla faccia tanto vento. Lo stesso che percepiva Marion raggiungendo l’isola.

La donna in piedi sul ponte si teneva in equilibrio a fatica. Spostò i capelli che il vento le faceva danzare sul viso e avanzò fino a stringere le dita sulla ringhiera di prua.

Per tanto, mentre scrivevo dell’isola, mi sono proprio chiesto: come la posso chiamare se c’è tanto vento? Ventazza, ovvio no?

Isola di Ventazza o Ventazze?

Già, Ventazze o Ventazza? Devo ammettere che il primo nome che mi era sovvenuto era stato Ventazza. Ma col tempo mi suonava meglio con la e, Ventazze. Così, ho cambiato la denominazione.

Solo che mi sentivo un po’ in colpa. Quasi avessi commesso un enorme peccato nei confronti dei personaggi che amavano così tanto la loro isola. Così, per gioco, ho lasciato l’errore del nome al Questore e alla Magistrata. E il commissario, ogni volta che li corregge arrabbiandosi, in realtà, si sta riferendo a me. Allo scrittore infingardo che ha avuto il ripensamento mutando il nome originale.

Perché i capitoli del romanzo scorrono al contrario, in ordine decrescente?

Questa è facile. Perché in un giallo, si comincia dal delitto e tutto il libro non è nient’altro che un approssimarsi verso la verità finale. Ha poco senso scrivere i capitoli in crescendo. Se l’ultimo capitolo del romanzo è il 32esimo o il 54esimo, che utilità ha numerarli? Il lettore, capitolo dopo capitolo, non  sa mai quale sarà l’ultimo. Invece, l’ordine decrescente dei capitoli, applica una logica precisa. Ogni capitolo è un countdown verso la fine. E in fin dei conti, mi sembra più bello così.

Cosa c’entra la regina Elisabetta con l’isola di Ventazze?

Perché la regina Elisabetta, riferimento all’attuale regnante, ma soprattutto riferimento alla grande regina Elisabetta I, figlia di Enrico VIII, ricorre così di frequente nel romanzo?

Potrebbe sembrare una caratterizzazione per evocare un po’ d’Inghilterra, visto che Marion è Inglese. In realtà, nasce da qualcos’altro.

C’entra una lettura che feci in gioventù. Nel Settecento, per gli artisti europei, era di moda il Grand Tour, il viaggio in Italia e in Sicilia. Goethe e Houel sono fra i più conosciuti. Da ragazzo lessi un libro su questi viaggi (ahimè non ricordo quale era il libro, di certo raro) in cui un viaggiatore inglese, decise di salire in cima all’Etna, per verificare se fosse vero quel che si diceva al suo tempo, ovvero che dalla sommità del vulcano più alto d’Europa, l’Etna, fosse possibile vedere la cima dell’altro famoso vulcano italiano, il Vesuvio.

Il viaggiatore, nel compiere la notevole scalata, raggiunge il paesino di Nicolosi. Oggi è una graziosa località turistica. Ma ai tempi era un paesino sperduto fra le colate laviche del vulcano. Gli abitanti, nel vedere quel forestiero, restarono stupiti dal modo in cui parlava. Non avevano mai udito una tale lingua. In qualche modo riuscirono a comprendere che era inglese, ma non avevano idea di dove fosse l’Inghilterra.  E quando lui, per far comprendere da dove veniva, pronunciò vari personaggi storici, al nome della Regina Elisabetta, i nicolositi capirono.

Raccontarono al viaggiatore che da loro era famosa la Regina Elisabetta. La conoscevano da secoli come una delle donne più potenti della terra, capace di far inchinare al suo cospetto pure gli uomini.

Lo stupore del viaggiatore inglese fu enorme. Non riusciva a comprendere come quella gente semplice, potesse conoscere la fama della Regina Elisabetta. Come aveva fatto quel nome, in poco più di due secoli, a raggiungerli dalla lontana Inghilterra?

Questa lettura giovanile mi suggestionò parecchio. E in ricerche successive, scoprii che un’antica leggenda dell’Etna, narra che l’anima della Regina Elisabetta risiederebbe addirittura nel Vulcano. Secondo la leggenda la regina Elisabetta per governare il suo favoloso regno dovette vendere l’anima al diavolo e dato che l’Etna veniva considerata la porta degli inferi, ecco spiegata la conoscenza della regina da parte dei nicolositi.

Negli anni, salendo sull’Etna, spesso mi sono ritrovato a fantastica sulla cosa, così quando stavo scrivendo il capitolo del bar di zia Margaret, in cui a Ventazze durante la seconda guerra mondiale era atterrato un soldato inglese, ecco che quella antica suggestione, di colpo incendiò la mia fantasia:

Roy fu attorniato dai cittadini che lo guardarono come l’ottava meraviglia della terra. L’uomo venuto dal cielo parlava una lingua strana e ignota. Il parroco dell’epoca, il più sapiente dell’isola da qualche secolo a quella parte, per aver studiato a Palermo, spiegava che quella era la lingua della regina Elisabetta.

E nel capitolo con le Comari Petralia, lascio che sia Pietrasanta a spiegare a Marion la leggenda:

«Ah, quindi viene dal nord?» chiese Titina alzando gli occhi in cielo.
«Veramente… essendo inglese, sono tanto tanto più a nord» rispose Marion balbettando.
«È dell’Inghilterra, come la regina Elisabetta» precisò risoluto Pietrasanta.
La Regina Elisabetta I, la figlia di Enrico VIII, era famosa da secoli a Ventazze. Nessuno sapeva esattamente dove si trovasse il suo regno, ma quando si doveva rendere l’idea di una regina favolosa in grado di soggiogare perfino gli uomini, bastava pronunciare il nome della regina Elisabetta per far capire tutto.

Questo leitmotiv del romanzo sulla Regina Elisabetta, nasce da questa semplice ed evocativa suggestione. E devo ammetterlo, peccati di scrittore: ho amato parecchio questa associazione.

E le comari Petralia?

L’ispirazione delle comari Petralia nasce dalla notizia di due donne, di un piccolo paese dell’entroterra siciliano, che negli anni ’50 scelsero d’andare a vivere assieme (cosa che fece scandalo). Non dirò mai né il nome del paesino, né altri riferimenti sulle due donne. Anche perché, come ben dice comare Titina nel romanzo, le cose scandalose…

«E non è che lo posso raccontare a tutti…» concluse Titina trattenendo le parole dentro una smorfia cucita delle labbra.

Non insistete. Anche sotto tortura di solletico e altre diavolerie varie, terrò sempre la bocca cucita. Almeno spero…

E perché il Vice non ha un nome?

Perché Vice è un omaggio al mio padre spirituale, Leonardo Sciascia. Nella mia adolescenza sono stati i libri del grande scrittore conterraneo a formarmi, così ho volutamente chiamato il collaboratore del commissario Pietrasanta, Vice, riferimento al Vice protagonista del romanzo Il Cavaliere e la Morte.

La Caserma Spagnola?

La Caserma Spagnola, ha mille riferimenti alla dominazione spagnola in Sicilia. Ai tanti forti presenti sull’isola. Ma la suggestione principale della Caserma posta in cima al promontorio deriva dal libro che più mi ha emozionato nella mia infanzia: l’isola del Tesoro. Infatti Silver racconta a Jim:

Queste isole, Jim, sono tutte uguali. Piene di fortini spagnoli costruiti durante la guerra. Poi quando la guerra con gli inglesi è finita, sono diventati rifugio di pirati.

Per descrivere l’isola di Ventazze, mi sono ispirato a luoghi reali?

Sicuramente l’idea di isola distante e sperduta è Ustica. Ma il riferimento principale sono le isole vulcaniche delle Eolie. Fra le isole dell’arcipelago, credo che sia Salina, quella che si approssima di più al mio immaginario.

Mentre per Cala Notte, mi sono ispirato al lungomare di rocce vulcaniche che da Catania giunge fino ad Aci Castello.

E altre curiosità? E Don Pasquale e Santa Sesterza?

E le altre curiosità le tengo per me. Per tutti i miracoli di Santa Sesterza, non è che lo scrittore può raccontare tutto tutto!

Riccardo Moncada

 

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