L'Inevitabile Crudo Destino - Romanzo

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Cap. 36 - Lo sbarco sull'isola

L’imbarcazione beccheggiava fendendo le onde.

La donna in piedi sul ponte si teneva in equilibrio a fatica. Spostò i capelli che il vento le faceva danzare sul viso e avanzò fino a stringere le dita sulla ringhiera di prua.

L’azzurro del cielo irrorato di luce aveva i toni di un acquarello.

Dopo il lungo viaggio la terra era prossima. Il profilo aspro dell’isola, sembrava un reperto antico sopravvissuto ai tempi. Il cono panciuto del cratere vulcanico, scendeva a ridosso delle piccole casette bianche del borgo.

Bramosa di comprendere il sentimento che ancora le sfuggiva, la donna si sporse in avanti e non riuscì a trattenere un brivido. Era peggio di quel che aveva temuto. Quel paesaggio da cartolina la metteva a disagio. Ne era attratta e atterrita. Quel mondo era così diverso dalla metro e dal caos ritmato di Londra.

Perché hai detto di sì al capo? Che stronza! Pensò in un italiano ancora un po’ arrugginito.

Durante il volo aereo, mentre consultava i dossier sul caso, s’era rimproverata parecchie volte quella sua necessità di non tirarsi mai indietro, come se il dovere fosse l’unica certezza da dover rispettare. Adesso quel sole e quel mare… quegli spazi… le emozioni impossibili da controllare, la disorientavano. Come ordinare a un uccello cresciuto in una voliera di slanciarsi per l’immensità del cielo azzurro.

Prese coraggio e chinò la testa a guardare la chiglia che spaccava l’onda. Una folata di vento le inumidì il viso e sentì riaffiorare un ricordo perduto.

Il traghetto scosso dalle onde a cavallone le irrigidiva la schiena come nel passato. Il padre come un gigante l’aveva presa tra le braccia e l’aveva portata lì, sulla prua.

«Guarda il mare di sotto» le aveva detto accarezzandole le trecce. «Solo quando imparerai a conoscere il pericolo, non avrà più potere su di te. Non permettere mai alla paura di paralizzarti. Ricorda piccola mia, papà ti amerà e proteggerà per sempre.»

Il ricordo le passò sul viso come una carezza che lascia il bruciore di uno schiaffo. Contrasse le labbra per trattenere l’umido improvviso degli occhi. La motovedetta della guardia costiera, giunta all’imboccatura del porto, rallentò la corsa. La scia bianca della poppa si crespò in mille rivoli di schiuma ribelle.

Oltre i massi frangiflutti del molo, il porto si allargava a sinistra. Le prime file erano dominate da pescherecci di legno blu ceruleo. Alcuni pescatori con muscoli ciclopici e sguardo virile, fra le passerelle sospese, si passavano di mano in mano le ultime casse della pesca notturna. Poco più avanti si apriva la selva delle imbarcazioni turistiche e dei piccoli diporti.

Lo scintillio del sole fra le creste del mare e i riflessi sui vetri delle barche, suscitarono nella donna una sensazione di insolita gioia. Un’armonia perfetta. Chiuse gli occhi di fronte al pericolo di quell’emozione. Non poteva concedersi debolezze.

Sono qui per altro, si rimproverò.

La motovedetta si avvicinò al molo d’attracco.

La donna prese il borsone pronta per scendere. Alzò lo sguardo e il sole del mattino le scolpì il giovane viso. I capelli castano ramati fluttuavano in pieghe fin sopra le spalle. Indossava una camicetta bianca dall’ampio colletto, e pantaloni nero seppia le modellavano i fianchi.

Sulla banchina un marinaio dalla giubba bianchissima legò la cima, e impavido allungò la mano per aiutarla nello sbarco.

«Afferrati a me, dolcezza!»

La donna gli scagliò uno sguardo che pareva una fucilata. Ignorò la mano, con un balzo si staccò dall’imbarcazione e ricadde sul molo in un equilibro tanto perfetto da sembrare il volteggio di una ginnasta. Si volse indietro e il capitano della motovedetta le porse il borsone ponendosi sull’attenti per il saluto militare.

La donna non rispose e prese a camminare.

La strana animosità che frizzava il porto la disorientava. Era un andirivieni continuo di gente, di clangori, di motori di barche, di passi fra le passerelle di legno adagiate sul mare. Alcune bandierine colorate frullavano festose alla brezza.

Un pescatore dalla pelle arsa, sorridente e baffone, con un piede fra barca e molo seguiva l’imbarco di una fila di vacanzieri eccitati per l’agognato giro turistico intorno all’isola. Dietro di loro un gruppetto di ragazzini scalmanati si rincorreva fra urla e spintarelle.

Sopra la rampa in salita che dal porto immetteva alla piazzetta del borgo veleggiava un enorme striscione blu. In mezzo a un vortice di parole era vergata la sontuosa scritta:

Benvenuti sull’Isola di Ventazze

La donna aveva letto e riletto la favola moderna di quell’isoletta vulcanica ubicata al largo della costa orientale della Sicilia.

Fino a un passato recente l’isola di Ventazze, con le sue duecentottanta anime appena, aveva contato veramente poco fra le geografie del mondo. Nelle numerose dominazioni straniere scoccate nei secoli in Sicilia, i benevoli popoli invasori che con garbo di spada prendevano possesso dell’isola madre, spesso scordavano di conquistare pure Ventazze.

Gli isolani, poveri pescatori che con vite tirate a stenti si erano dipanati lungo il corso dei secoli, avevano radicata la convinzione che la vita uguale da nascita a tomba, non sarebbe mutata di molto fino alla fine dei tempi.

Infatti, i tempi finirono un mattino di questi anni, quando una delle star più rinomate di Hollywood, ubriaco al timone del suo mega yacht, sbagliò rotta e trascorse l’intera estate nella sperduta Isola di Ventazze.

Ed ecco che come in un incanto fatato l’isoletta sperduta si era ritrovata fra le prime pagine delle più autorevoli riviste mondiali di gossip. I paparazzi al seguito, fra le cronache amorose del divo, immortalarono scenari d’incomparabile bellezza. Un luogo non contaminato dal tetro cemento, dove la natura ancora aspra e viva degradava lieve verso un indomabile mare cristallino.

Grazie a tale pubblicità gratuita, nell’incredulità dei Ventazzesi, l’isola divenne preda delle attenzioni fameliche del moderno popolo migratore: i turisti.

Gli abitanti dell’isola in quei pochi anni non riuscirono a credere a quel che accadeva. Una striscia di sabbia che per millenni ai loro avi non era mai servita a nulla, adesso era diventata meta prediletta di matti disposti a regalare soldi pur di potersi stendere al sole.

La donna superò la rampa del porto, immettendosi nella spaziosa piazzetta del paese.

Era gremita di gente di ogni tipo e colore. Turisti dalle casacche hawaiane e bermuda, donne in infradito e pareo.

I tavolini dei bar e dei ristoranti erano così avviluppati che sembravano una mandria di ippopotami rinserrata in un stagno. L’aria smossa dal vento trasportava l’aroma delle pietanze.

Lo stomaco della donna borbottò. Portò una mano alla pancia, quasi volesse sedare quella inaccettabile ingerenza al suo dovere. In quel caos non era facile individuare il luogo del suo appuntamento.

Sulla parte sinistra della piazzetta si destreggiava la selva delle casette bianche e squadrate del paese. Erano intervallate da un groviglio di stradine più strette di un carro e si ammonticchiavano l’una sull’altra inerpicandosi sulle pendici del vulcano.

Qualunque turista sbarcato sull’isola, con il dépliant informativo in mano avrebbe esclamato entusiasta: «Questo è Borgo Vecchio!»

Dalla parte opposta, lungo i tre chilometri della Spiaggia D’Amore, si dipanava il Borgo Nuovo, nato e cresciuto con troppa fretta per far fronte all’improvviso boom turistico.

Al centro tra i due borghi, quasi a simboleggiare lo spartiacque tra il mondo antico e quello moderno, sulla piazzetta si imponeva statuaria la chiesa di Santa Sesterza, la santa patrona dell’isola, cui tutti i ventazzesi erano devotissimi.

La donna scostò una fastidiosa ciocca di capelli rimbalzata sul viso. Avanzò verso le case di Borgo Vecchio e si fermò davanti alla porta in cui era stampigliata una scritta in blu:

 

 

Commissariato di Polizia di Ventazze

 

 

Col pugno in aria stava per bussare, quando delle grida di disperato terrore tranciarono di netto il clima di festa. Sulla piazzetta scese il silenzio.

«Cosa succede? Da dove provengo le urla?» si domandarono i turisti guardandosi fra loro.

L’attesa nervosa perturbava l’aria.

Poi le grida ripresero intense, ingrossandosi di voce in voce.

Come una mandria in preda al panico i turisti cominciarono a fuggire all’impazzata. Alcuni corsero lungo la spiaggia d’Amore, altri verso il porto, tutti verso il mare come in una nuova Pompei.

Le urla proseguirono ancora con forza.

Non poteva restare inerme. La donna mollò il borsone, estrasse la pistola e corse verso il vicolo dove era accaduto qualcosa di terribile.

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